A poche ore dall’inizio del Grand Prix Roma 2018, gli atleti di Taekwondo sono stati ricevuti da Papa Francesco.

Cosa ci fa Papa Francesco in dobok sul sagrato di San Pietro?

Ovviamente Jorge Mario Bergoglio, il Pontefice arrivato dall’altra parte del mondo, non ha materialmente indossato l’abito tradizionale dei ‘lottatori’ di taekwondo. Ma quando il 30 maggio scorso una delegazione di atleti coreani ha fatto la sua apparizione di fronte alla Cupola, esibendosi in un abbraccio ideale a cavallo del 38° parallelo dietro allo striscione “la pace è più preziosa del trionfo”, l’incontro nel segno di una riconciliazione tanto ambita ha subito assunto i contorni di un evento da segnare con bianca pietruzza nell’almanacco della storia di questo sport. L’udienza che ha preceduto il primo Grand Prix di Roma – già di suo, tappa storica per il taekwondo italiano – è stato prologo di pace a una tre giorni intensa, piena di gare ed agonismo al più alto livello internazionale.

Un segno, su tutti, ha dato luce al senso dell’incontro in Vaticano: ricevuto l’inchino di saluto dal tappeto posto di fronte al suo altare, è stato Papa Francesco rompendo i vincoli del protocollo, a muoversi per venire incontro ai taekwondoka poco prima impegnati in un’esibizione, per un breve ed amichevole saluto con immancabili selfie, tra i sorrisi del Presidente Fita Angelo Cito e del numero uno del taekwondo mondiale Chungwon Choue.

Della passione tutta argentina del Papa per il calcio si sapeva (“sono un ‘cuervo’ anche io”, disse poco dopo l’elezione al soglio pontificio, alludendo alla tessera da sostenitore del San Lorenzo); ma in questo caso l’attrazione non era tanto curiosità per una disciplina nuova, quanto condivisione del messaggio di unità lanciato al mondo nei giorni del riavvicinamento tra Corea del Nord e Stati Uniti. Gli atleti del Nord sono stati bloccati fino all’ultimo al check-in, nelle ore in cui il vertice Trump-Kim, poi svoltosi a Singapore, sembrava naufragato; ma il valore diplomatico dell’incontro in San Pietro è rimasto integro. Un gesto di pace, anzi di più: di fratellanza. E infatti Francesco ha ringraziato per quell’abbraccio ideale, manifesto di una “volontà di pace valida per tutta l’umanità”.

La diplomazia dello sport ha una lunga galleria di precedenti, dagli incontri di ping pong che segnarono il grande disgelo tra Usa e Cina a inizio anni ’70, fino ai recenti Mondiali di calcio, con gli auguri inviati dal premier israeliano Netanyahu all’Iran e la scelta di Teheran di consentire l’ingresso delle donne allo stadio per seguire dai maxi schermi gli incontri della nazionale di casa. Riavvicinare Seoul a Pyongyang, dopo decenni di divisioni e tensioni militari fino all’orlo di un conflitto nucleare, questo no: poteva riuscire solo al taekwondo.

In fondo, un’arte marziale dei calci rotanti, usata non per atterrare l’avversario ma per rialzarsi insieme, è perfetto paradigma dello sport, che non è solo agonismo, vittoria, sconfitta, tecnica e allenamento che già di per sé sarebbe tantissimo.

Duemila anni dopo la sua nascita nella più piccola delle tre nazioni in cui era divisa l’attuale Corea, Silla, il taekwondo ha così fatto appello alle sue radici più profonde e ha lasciato rimbombare nei cuori di una nazione divisa in due quanto vi è di comune: tradizione e appartenenza.

Le Olimpiadi invernali di PyeongChang, solo pochi mesi fa, erano state il palcoscenico di un riavvicinamento che poteva sembrare di facciata e invece ha condotto ai colloqui di pace a Singapore. Lo spirito dei Giochi aveva permesso alle due Coree di sfilare unite e di partecipare con una sola squadra al torneo di hockey femminile; significativo – e per certi versi inevitabile – che la prima ‘riunificazione’ sia stata vissuta con entusiasmo dai fratelli divisi, la seconda abbia urtato le suscettibilità agonistiche delle hockeiste del Sud. Ma quando si è sceso sul campo del taekwondo, quella gelosia sportiva è di colpo caduta: così atleti del Sud e del Nord hanno dato vita durante i Giochi a un’esibizione di combattimenti mani e piedi, a Casa Italia, entusiasmando il CIO e l’olimpismo intero. 

“Siamo tutti coreani: guardate le nostre facce, vi sembriamo forse diversi?”, disse quel 10 febbraio nell’Hospitality del Coni il Presidente ITF, Ri Yong Son, ricordando a tutti che “questo sport significa armonia, e l’armonia è pace”.

E così pochi mesi dopo, il cerchio del taekwondo in lotta per la pace si è chiuso sul sagrato di San Pietro. 

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